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ARTE

Achille Bonito Oliva - L'altra cittÓ, 2017

Il carcere come spazio performativo secondo Achille Bonito Oliva

La mostra interattiva nella Casa Circondariale di Teramo

Di Marco Rabino

Pubblicato il: 10-10-2017


2017 | 6 maggio - 15 giugno

L'altra città è la mostra curata da Achille Bonito Oliva all'interno del carcere di Taranto Magli allestita dal 6 maggio al 15 giugno 2017. Il percorso si è articolato in quattro celle nelle quali sono state poste le installazioni realizzate da alcune donne detenute. Il curatore ha definito questa operazione la "messa in scena" di uno ambiente carcerario nel quale lo spettatore si immerge in modo interattivo nella realtà della detenzione. Il tutto ha avuto inizio nel progetto L'altra città, un laboratorio formativo curato dall'artista Giulio De Mitri, il giornalista e critico Roberto Lacarbonara, la sociologa Anna Paola Lacatena e l’attore Giovanni Guarino con l'intenzione di creare un momento partecipato e azzerare la distanza che esiste tra carcere e società libera.

Le detenute artiste sono state circa venti supportate anche da alcuni agenti di Polizia penitenziaria, coordinati da Giovanni Lamarca, comandante della polizia penitenziaria a Taranto e ideatore del bando. I detenuti che hanno partecipato al laboratorio rientrano nelle attività dell’associazione “Noi e Voi”, gestita da don Francesco Mitidieri, che si occupa di volontariato penitenziario

La visita della mostra, aperta alla cittadinanza, è di per sè una performance alla quale si sottopone il visitatore che deve accettare di farsi ritrarre in una foto segnaletica, lasciarsi prendere le impronte al fine di calarsi completamente nella dinamica della detenzione. Le celle sono state allestite tematicamente: la prima e la quarta completamente dedicate alla femminilità, la seconda racconta il vissuto quotidiano mentre la terza è totalmente dipinta di nero e rappresenta una cella di isolamento da fruire al buio.

Dopo essere stato schedato, quindi, sottoposto alla stessa modalità di accesso di un detenuto, il visitatore, che ha preventivamente presentato una richiesta formale per visitare le installazioni, percorre un corridoio nel quale sono allestiti ritratti fotografici di detenuti, calpestando fotocopie di carte di identità dei parenti. Per tre minuti la visita prosegue chiuso al buio di una cella e poi con la possibilità di leggere atti di processi, per accostarsi alle parole che determinano la detenzione di un colpevole. Infine la stanza che precede la libertà, con le pareti tappezzare di farfalle.

La partecipazione attiva del visitatore permette un meccanismo di inclusione, al contrario, che di solito è operata nel senso inverso, permettendo al detenuto di includersi nel tessuto sociale libero. Ogni visitatore  del gruppo viene identificato, con la registrazione delle impronte digitali, e rinchiuso singolarmente, passa, poi, attraverso un processo di riabilitazione virtuale ed esemplare che porta alla libertà e ad una maggiore consapevolezza. La fruizione è individuale e questo permette di ascoltare i rumori del carcere, le porte delle celle che sbattono, le voci lontane, gli echi provenienti dalle altre sezioni. Un'ambientazione sonora che offre una dimensione ulteriore per rendere più efficace l'identificazione con il detenuto.

È questo l'aspetto strategico dell'operazione del battagliero e sempre originale Achille Bonito Oliva, che affronta lo spettatore e lo obbliga ad affrontare un percorso di conoscenza della realtà carceraria in seguito al quale sarà, sicuramente, più dubbioso rispetto ai luoghi comuni che i media televisivi e del cinema gli hanno consegnato sulla prigione.

Achille Bonito Oliva ha voluto creare un evento che ha definito polisensoriale. Un percorso di interazione nel quale anche la fruizione della mostra diventa creazione attraverso lo scambio di esperienze. Insomma, come spesso avviene nelle operazioni del coraggioso critico napoletano, il visitatore viene coinvolto personalmente nella fruizione artistica che non viene risolta in un semplice atto di contemplazione estetica.

Bonito Oliva ha dichiarato di aver aderito con interesse all'invito di Giovanni Lamarca, comandante del carcere di Taranto, consapevole di affrontare un lavoro più complesso rispetto ad una mostra tradizionale. Le restrizioni richieste dall'amministrazione carceraria hanno complicato il lavoro ma, probabilmente, hanno contribuito a mettere in risalto i meccanismi di costrizione descritti da Gofmann nel suo trattato sulle istituzioni totali. La città ha coinvolto Bonito Oliva per via di alcuni ricordi personali e per la triste vicenda dell'ILVA, la realtà industriale che ha drammaticamente messo a rischio la salute dei cittadini.

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