Scena dal film A Prophet
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Justine ou les Malheurs de la vertu - D.A.F.De Sade, 1791 Justine ou les Malheurs de la vertu

D.A.F.De Sade
1791

PROGETTI DENTRO/FUORI

PRISON MOVIE

Regia di Claudio Giovannesi, Fiore, 2016, Italia

Fiore

Regia di Claudio Giovannesi

Di DETENZIONI press

Pubblicato il: 11-01-2018

Girato nell'Istituto di Pena Minorile di Casal del marmo
Italia

2016 | 28 maggio

di Federico Raponi

28 maggio 2016

È proprio toccando il fondo nel loro luogo di condanna che due giovani detenuti trovano il sentimento più alto. Il regista Claudio Giovannesi (nella foto) – classe 1978, alle spalle due documentari e due opere di finzione – ci parla del suo nuovo film, da poco presentato al Festival di Cannes e uscito ora in sala.

Soddisfatto di come è andata in Francia?

“Il film è stato accolto con molto affetto, c’è stato un bellissimo applauso, molto lungo, e anche la stampa ci ha voluto bene. Era la nostra prima volta, eravamo molto emozionati, spaventati, e invece è piaciuto”.

Come mai la scelta di ambientarlo nella struttura di Casal del Marmo a Roma?

“È un carcere misto, dove maschi e femmine hanno divieto assoluto di incontro e comunicazione: ci sono due palazzine che si guardano ma non possono interagire. Dafne e Josh si innamorano in un luogo dove questo è proibito, il desiderio si scontra con la legge. In qualche modo i cattivi sono i poliziotti, le sbarre e tutti coloro che impediscono l’amore di questi giovani rinchiusi”.

Da dove viene l’idea del film?

“Dal voler continuare a raccontare gli adolescenti. Anche se sono criminali, colpevoli davanti alla legge, l’innocenza dei loro sentimenti è qualcosa che non si cancella, a prescindere. Fanno anche cose terribili, ma allo stesso tempo hanno la purezza sempre addosso, negli sguardi e nei comportamenti. Dopo “Alì ha gli occhi azzurri” (il suo film precedente, del 2012, ndr), “Fiore” rappresenta un punto di vista femminile, perché è ambientato tutto nella palazzina del carcere riservata alle ragazze”.

Com’è stata la fase di scrittura e poi il lavoro con chi ha interpretato il film?

“Con gli sceneggiatori ho passato dei mesi a Casal del Marmo. Quando conosci i personaggi che racconti, la prima cosa è evitare ogni forma di giudizio morale, invece ci deve essere una vicinanza nella quale poi trovare la storia. Alla fine eravamo arrivati ad un livello di confidenza tale per cui i ragazzi ci facevano leggere le lettere che si scrivevano tra una palazzina e l’altra; ci hanno insegnato come si vive l’amore in carcere, e quindi tutto questo lo abbiamo messo nel film. All’inizio lavoravamo sulle loro biografie: da dove venivano, cosa era successo fuori, il modo di stare in carcere, la quotidianità in cella. In una fase successiva abbiamo iniziato a mettere in scena con i ragazzi quello che scrivevamo, un po’ come un corto circuito: loro ci raccontavano una scena, noi la sistemavamo, gliela facevamo recitare, la riprendevamo, e tutto questo diventava sceneggiatura. Nel momento in cui si è trattato di girare il film, però, è stato impossibile farlo a Casal del Marmo, perché conciliare gli orari di una troupe con quelli della detenzione era impossibile. Allora abbiamo realizzato tutto a L’Aquila, dove c’è un carcere minorile svuotato dopo il terremoto, ristrutturato e mai più riconsegnato: una tipica storia italiana. Ci abbiamo portato un po’ di detenuti che nel frattempo erano usciti, poliziotti da Casal del Marmo e Rebibbia, qualche attore vero e abbiamo ricreato un carcere, come fosse un teatro di posa”.

Le sue considerazioni sulla detenzione minorile, in rapporto a quest’esperienza?

“Secondo il mio punto di vista, ormai non sono il primo a dirlo, il carcere è un luogo inutile, perché effettivamente è come quello degli adulti. E costa allo Stato molti soldi, che potrebbero essere utilizzati per proposte educative. Ci sono, sì, degli educatori pazzeschi che fanno un lavoro bellissimo, però comunque è bello pensare che oltre al castigo ci possa essere la possibilità di un nuovo inizio, cosa che tra l’altro spesso accade. Il protagonista maschile del mio film, ad esempio, veniva da tre anni di carcere al “Beccaria” di Milano, e lì aveva fatto teatro. Quindi io ho trovato sia la verità di un detenuto che la preparazione di un attore. Lui ora è libero, perfettamente “inserito”, bruttissima parola però è così, perché ha un lavoro e probabilmente farà anche l’attore, quindi nel suo caso – conclude Giovannesi – il processo di rinascita è avvenuto”.

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