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DETENZIONI - BAMBINI DIETRO LE SBARRE

PRISON CULTURE - Gli speciali

DETENZIONI - BAMBINI DIETRO LE SBARRE

La prigione dei ragazzi

Marco Rabino

Di Marco Rabino

Pubblicato il: 03-03-2017


2017 | 3 marzo

I ragazzi e la prigione sono un binomio che non dovrebbe esistere. Le due parole non dovrebbero mai essere associate in una società avanzata e democratica attenta ai diritti di ogni cittadino. La prigione non è un luogo destinato ai ragazzi. Anche istituti che hanno il nome di istituti correzionali sono comunque delle prigioni. Un ragazzo ha il diritto di crescere in libertà, di frequentare la propria famiglia, gli amici, di correre libero per le strade e nella natura.

La prigione minorile è una istituzione che non ha nemmeno 200 anni. Prima i ragazzi venivano sottoposti ad una giustizia sommaria, paragonabile a quella di persone adulte, spesso anche peggiore perché i ragazzi venivano considerati esseri imperfetti, non ancora adulti, quindi sacrificabili. Nelle prigioni nell'Ottocento, e in quelle precedenti, i ragazzi venivano rinchiusi con gli adulti e il loro destino era sicuramente drammatico, peggiore dei loro compagni di prigione. L'idea di realizzare delle strutture che raccogliessero i ragazzi definiti monelli o discoli nasce a metà 800. Spesso erano strutture amministrate dalla Chiesa che, attraverso l'opera di sacerdoti e suore, raccoglievano dalle strade orfani e ragazzi vagabondi che, senza una guida e senza affetti, cercavano di sopravvivere come potevano anche compiendo crimini più o meno violenti.

In realtà, le prigioni degli istituti giovanili, erano delle strutture che permettevano di togliere i ragazzi dalle strade per minimizzare i danni è, solo a volte, erano create per fare del bene ai giovani. L'esempio più famoso fra i tanti italiani è Don Bosco, salesiano di Torino, che a metà Ottocento si occupò dei giovani devianti cercando di riportarli all'interno di una cerchia affettiva, seppur non familiare, che potesse ricostruire una loro identità sociale ed emotiva.

I ragazzi sono quelli che hanno patito più di tutti la detenzione ordinaria, militare, di persecuzione razziale. Sprovvisti della naturale forza di un adulto hanno affrontato la prigionia in modo drammatico e ne sono stati segnati profondamente. Quanti esempi di sopravvissuti ai campi di concentramento nazisti o di altre fedi politiche criminali hanno riportato profondi traumi nell'età adulta? Il carcere, la prigione giovanile non dovrebbe esistere.

La concezione moderna di trattamento della pena di un ragazzo prevede come ultima ratio la chiusura restrittiva all'interno di un istituto di pena giovanile. Sono meno di 20 quelli in Italia e appartengono alla giustizia minorile che non prevede gli stessi percorsi della giustizia ordinaria per adulti. Si tratta di una istituzione separata anche se parte dello stesso ambito amministrativo. La giustizia minorile prevede anche molti interventi sul territorio. Prima di chiudere un ragazzo all'interno di una prigione in Italia, si cerca di correggerne i comportamenti devianti in modo inclusivo, facendolo rimanere nel suo ambiente territoriale, familiare, scolastico per non influire negativamente e roncare i legami affettivi che potrebbero costituire una medicina per i comportamenti adolescenziali non ortodossi.

La giustizia italiana prevede per i minori molti percorsi che li possano tenere lontani dalla prigione. Nonostante questo quei pochi ragazzi che in Italia finiscono all'interno di un carcere minorile hanno il diritto di un'attenzione esclusiva e particolare. In questi istituti i percorsi di formazione e istruzione sono molto attenti alla personalità di ognuno e, in epoca di grande incidenza in migratoria, alla cultura di origine. Spesso all'interno degli istituti di pena minorile ci sono persone che si dedicano esclusivamente e con passione alla crescita morale e personale dei giovani ospiti attraverso percorsi culturali, artistici e teatrali. Anche lo sport è molto rappresentato e, soprattutto per giovani che hanno bisogno di crescere e costruirsi un fisico, è una delle attività fondamentali per recupero e restituzione.

Nonostante questi sforzi la prigione per un ragazzo rimane la prigione. Sono pochi gli ospiti di origine italiana. Nelle carceri minorile si trovano moltissimi stranieri di prima immigrazione, alcuni rom e ragazzi che, giunti soli dall'estero sono incappati in percorsi devianti gravi. Questo ha portato gli sfortunati ragazzi in prigione. La speranza è che si trovino soluzioni formative, di lavoro, gestionali per le quali il recupero di un ragazzo che si trova in condizioni sociali ed emotive svantaggiate non passi dalla chiusura in istituto. Nel mondo le cose sono diverse e dipendono dalla cultura e dalla politica del posto.

Negli Stati Uniti sono molte le voci che si scagliano contro l'uso di rinchiudere in modo molto disinvolto adolescenti e minori in carcere. Associazioni, fotografi e altri operatori pubblicano libri, saggi, articoli cartacei e materiale on line per condannare la pratica della detenzione minorile che porta in prigione anche bambini in età molto giovane. Sicuramente i problemi di alcune zone metropolitane degli Stati Uniti sono importanti e lo stato sociale costa molto in impegno e in denaro. Non mancano però associazioni che si occupano di assistere minori devianti dopo la loro condanna e di reintegrarli in un percorso di vita positivo senza che vengano colpiti dalla durezza della detenzione.

Tra l'esempio italiano e quello degli Stati Uniti vi sono esempi nazionali molto diversi. Si va da casi di eccellenza del Nord Europa a situazioni drammatiche di carceri latinoamericane o africane nelle quali i ragazzi sono rinchiusi nelle carceri per adulti e vivono all'interno di enormi comunità di migliaia di detenuti come nei casi delle prigioni villaggio e sono costretti a partecipare attivamente alla vita delle gang interne che si contendono il controllo della vita quotidiana.

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Don Bosco, la straordinaria figura del sacerdote piemontese che nell'Ottocento fece molto per i ragazzi detenuti. Da catechista nelle varie carceri di Torino iniziò ad occuparsi spiritualmente dei detenuti che si affidavano a lui. Amico di don Giuseppe Cafasso fu uno dei primi a preoccuparsi di prevenire la devianza giovanile.


Nel libro, Il suono che parla. Percorso di scrittura creativa ed espressione rap nell’Istituto Minorile di Airola, l'autrice  Rosa Vieni analizza il fenomeno della musica rap attraverso alcune esperienze realizzate all'interno del carcere minorile di Airola.


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