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I disegni dei panos - Carcerati latinoamericani

PRISON CULTURE - Gli speciali

I disegni dei panos - Carcerati latinoamericani

Il carcere? ╚ il nuovo centro culturale

Le prigioni italiane sono promotrici di progetti culturali d'eccellenza, arte, musica, teatro, nuova economia e agricoltura biologica

Di Marco Rabino

Pubblicato il: 04-07-2017


2017 | 4 luglio

Le carceri italiane sono i nuovi centri culturali del paese. I progetti attivi nelle prigioni italiane hanno sostituito le realtà eroiche e culturalmente militanti che portavano avanti la bandiera del progresso, dei valori culturali, della consapevolezza dell'individuo circa il suo essere sociale, che nella seconda metà del Novecento erano un fenomeno spontaneo delle realtà studentesche e artistiche delle città italiane.

Nella mia esperienza di operatore culturale e osservatore di fenomeni sociali ho visto gruppi di attivi intellettuali e movimenti di giovani artisti nascere con energia e morire poco dopo di lenta agonia o abbandonare la militanza per sfinimento. La verità è che il fronte culturale fecondo trova motivazione e passione nelle difficoltà esistenziali. Per fare vera cultura occorre avere qualcosa da dire e possedere una urgenza comunicativa che viene sollecitata da una vita complicata e difficile.

Per creare qualcosa di veramente interessante e autentico occorre soffrire. La grande arte del passato è stata espressione di vite eccezionali o eccezionalmente complesse. L'industria culturale del dopoguerra, potentemente alimentata da fondi pubblici, ha favorito una cultura superficiale e vuota passando il concetto che l'intellettuale è dentro ognuno di noi e può trasformare la sua urgenza in entrata economica. Giusto, un grande messaggio di democrazia. Ma ognuno di noi ha veramente esperienze tali da poterne fare oggetto di grande arte?

Oggi abbiamo tutti il palcoscenico della rete. La vetrina dei social dove raccontarci ed esporre le nostre creazioni fotografiche e artistiche. Ci performiamo su Youtube con video e racconti filmici costruiti sul tavolo della cucina. Ma questa non è Cultura. Un'opera d'ingegno, per essere creata, necessita di tempi lunghi, di revisione e di attenta composizione. Ha bisogno, soprattutto, di verità esistenziale.

In un carcere la persona è scollegata dalla realtà, e dal Web, che accelera violentemente le esperienze e ci impone uno sguardo superficiale sul mondo. In prigione il tempo si ferma, i ritmi tornano quelli biologici si torna a pensare. Forse troppo, in direzioni sbagliate che possono portare ad alienazione, comunque si torna ad essere soli con sé stessi. Da questa pausa forzata possono nascere effetti positivi se la cultura e il lavoro offrono il proprio aiuto e incanalano energie e l'emotività delle persone detenute. È un paradosso che la cultura, attività che concepiamo come libera per eccellenza, sopravviva e si alimenti nelle carceri.

Per capire occorre leggere un testo che trovo paradigmatico, scritto da Pietro Buffa, "Prigioni. Amministrare la sofferenza". Se concepiamo il carcere come un luogo di esperienze complicate e sofferenti possiamo immaginare quanto, i detenuti, possano raccontare e insegnare alla società. Troviamo persone che possiedono storie da narrare e motivazione per farlo. D'altronde, quanti intellettuali, artisti, scrittori, cantanti e uomini di cultura conoscete che sono passati dalle prigioni? Sono più di quelli che ricordate!

Per fare vera cultura e portare avanti il progresso del pensiero non occorre essere dei cattivoni, ma coloro che si trovano dietro le sbarre sono motivati a farlo e i tanti operatori che portano avanti i progetti nelle carceri sono mossi da una passione incontenibile e immuni da facili guadagni. I fiumi di denaro pubblico che la politica elargiva per farci giocare all'intellettuale in cambio di consenso elettorale, nel passato, sono finiti. Adesso è solo sopravvivenza e verità e parlano coloro che non hanno nulla da perdere ma tutto da guadagnare.

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