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DOCUMENTARI

Paganini non ripete - Giacomo Costa, 2016

Paganini non ripete, costruire violini in carcere

Nel docufilm di Giacomo Costa i due liutai del carcere di Opera raccontano come è cambiata la loro vita

Di Marco Rabino

Pubblicato il: 13-09-2017


Italia

2017 | 9 settembre

Un bosco, il sole che filtra tra le fronde degli alberi e illumina una splendida natura. Un ragazzo avanza tra il verde con un violino in mano e inizia a suonare. Tra gli alberi si diffonde una musica antica, che crea un'atmosfera sospesa. È, forse, un sogno che si interrompe bruscamente dopo un colpo di blindo. Sempre il solito ma ogni volta terribilmente reale. Inizia così Paganini non ripete, del 2016, il documentario di Giacomo Costa, vincitore del concorso indetto da Sapereplurale e Associazione Museo Nazionale del Cinema di Torino che, insieme ad altre associazioni del territorio, hanno pensato di dare spazio, e premiare, autori che si sono cimentati nella rappresentazione del carcere contemporaneo o, in senso più lato, della detenzione. LiberAzioni festival si è tenuto dal 7 al 9 settembre 2017 a Torino con proiezioni e spettacoli presso la Casa Circondariale Lorusso e Cutugno e la Casa di Quartiere Vallette dove ha sede Teatro Stalker, con un progetto territoriale chiamato Officine Caos.

Giacomo Costa palermitano di nascita, ma milanese di adozione, ha una formazione artistica ottenuta frequentando il corso di grafica all’Accademia di Belle Arti di Palermo e Fotografia all’Accademia di Brera di Milano. La sensibilità da artista si ritrova nelle inquadrature, fortemente pittoriche, e nella capacità di costruire scene molto equilibrate, classiche nella loro estetica, e infondere questo equilibrio nel montaggio del documentario che scorre fluido e misurato fino alla fine. Se devo definire con una formula estetica il lavoro di Giacomo Costa oserei: misura ed essenzialità, giustezza di toni e colori. Un classicismo non eroico, o meglio nessun rimando al neoclassicismo winkelmaniano, Canova e contemporanei. Insomma nessuna formula applicata da accademia. Secondo me si tratta di una grazia rara, la capacità di costruire con equilibrio e sintesi comunicativa. Il documentario scorre senza peso e le interviste, intervallate da momenti di operosità dei due liutai, raccontano la vita precedente, la detenzione, gli affetti, i sogni e le speranze di riscatto con una leggerezza dalla quale traspaiono episodi personali profondi e ancora dolorosi. L'atmosfera che avvolge i due protagonisti non sottolinea il loro dramma esistenziale, che rimane fuori, evocato, come nella una tragedia greca. Giacomo Costa ci chiede di prestare attenzione al presente, al percorso di salvezza che stanno compiendo i due detenuti, esemplificativo di ogni riabilitazione. O almeno così dovrebbe essere.

Paganini non ripete rappresenta una dichiarazione d'intenti di ciò che dovrebbe essere il significato della detenzione. Non un trattamento punitivo ma un percorso riabilitativo e restitutivo, come giustamente dichiarano di viverlo i due liutai prigionieri. Certo, la realtà è molto lontana e nelle carceri italiane solo una piccola percentuale di detenuti può tentare di rielaborare la propria esperienza detentiva con progetti di lavoro e creatività nobilitanti come quello che porta i due detenuti di Opera a realizzare strumenti musicali di grande valore estetico e tecnico. Il racconto di questa rara esperienza, in un momento storico nel quale anche il sistema penitenziario si interroga sulla propria natura, è tanto importante da diventare un monumento alla civiltà eretto sulla piazza mediatica della democrazia.

Ed è con questa speranza che la giuria del LiberAzioni festival, giuria congiunta di detenuti e professionisti, ha deciso di premiare il documentario di Giacomo Costa. La speranza è quella che siano in tanti a vederlo, cittadini, studenti, giovani e vecchi, italiani e stranieri, detenuti e operatori di giustizia. La speranza che nutre il lavoro dei due liutai di Opera deve diventare quella dei tanti detenuti ospiti delle carceri italiane, che potrebbero diventare cittadini inclusi nella vita sociale, con un lavoro e un futuro da ricostruire. La certezza è quella che la visione del documentario potrà far bene anche agli studenti, soprattutto a quelli che vivono il percorso scolastico con difficoltà e sono a rischio di entrare nei circuiti di illegalità e conflitto con le istituzioni.

Il premio rappresenta quindi un riconoscimento e un incoraggiamento rivolto ad altri giovani autori ad impegnarsi e a spendere un po del loro talento per migliorare le condizioni della nostra realtà così in crisi e fragile. Cito a memoria una frase del grande artista irlandese Francis Bacon che rappresentò una condizione umana cruda e devastata nella solitudine: "La sola ed unica speranza è, per me, poter dipingere la prossima tela".

La speranza nella musica, praticata in prigione, non è soggetto di molti Prison Movie, anzi, mi pare di ricordarne solo uno che racconta di una ragazza, violenta e border, salvata dalla relazione con la sua maestra di pianoforte. Si tratta di Vier minuten (Quattro minuti), del 2006, diretto da Chris Kraus. Jenny von Loeben finisce in carcere in seguito ad un brutale omicidio, è indomabile e violenta. La sua esperienza carceraria, e la sua vita, cambiano decisamente con l'arrivo di una eroica maestra di pianoforte, Traude Krüger, che affronta il carattere difficile della ragazza e la convince a credere nelle proprie capacità e ad intraprendere un percorso di riscatto personale.

Nelle carceri italiane ricordo il coro Papageno, del carcere di Bologna, fondato da Claudio Abbado. Formazioni musicali nelle carceri di Rossano, Catanzaro, La Spezia e i molti concerti offerti ai detenuti da orchestre importanti. Il progetto CO2, di Franco Mussida, promosso dalla SIAE, ha portato alla formazione di audioteche in alcune, grandi, carceri nazionali.

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