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EX-CARCERI

Torri Palatine a Torino in una foto d'epoca

Carceri del Vicariato - Torri Palatine

Angelo Toppino

Di Angelo Toppino

Pubblicato il: 14-09-2013


Torino, Piemonte, Italia

1500 | dal fino al 1724 - 1870

(Dopo varie vicissitudini, dal 1724 carceri del Vicariato fino al 1870)

La storia di queste torri è molto lunga e controversa.
Nel Vangelo di Luca si narra che Pilato, caduto in disgrazia, a causa delle eccessive stragi ordinate, fu mandato a Roma per essere giudicato.
Un’altra versione, invece, ci dice che Pilato fu mandato in esilio in Francia e, di passaggio a Torino, fu imprigionato nelle Torri. Nessuno storico, però, ha mai trovato i documenti che confermassero il fatto.

Sembra che questa leggenda sia nata nel ‘500 con l’arrivo della Sindone nel Duomo. Questo fatto aveva facilitato la nascita di leggende di carattere religioso.
Scrive il Viriglio che in una delle due torri venne rinchiuso il famoso scrittore latino Ovidio, accusato di  aver visto, nella casa di Augusto, “cose che non doveva vedere”.

Questo carcere, di cui abbiamo notizia certa del regolare funzionamento già dal 1500, era ubicato nei diversi piani delle torri.
Altre informazioni ci parlano dell’utilizzo delle torri da parte del tribunale dell’Inquisizione. Le persone inquisite venivano incarcerate in queste torri in attesa di giudizio o vi scontavano la pena.
In quello stesso periodo il tribunale dell’Inquisizione utilizzava anche le carceri criminali site nell’attuale via San Domenico 13.

Le persone arrestate (sia uomini che donne e ragazzi) venivano portate nelle torri e disponevano di pochissimo cibo e quasi nulla per coprirsi durante il rigido inverno torinese. Secondo alcuni documenti, le condizioni di vita dei detenuti erano disumane.
Nel 1699 fu aperta più a ponente, presso l’antica porta di San Michele (nella piazza della frutta) un’altra porta, che fu chiamata porta Vittoria e fu definitivamente chiuso l’accesso in città dalla Porta Palatina. Tutti, però, continuarono a chiamare la nuova porta aperta Porta Palatina, cioè con il nome della vecchia porta.

Il Cibrario scrive che Vittorio Amedeo II intendeva far abbattere la vecchia porta Palatina, ma il valente Antonio Bertola lo sconsigliò vivamente, facendogli capire l’importanza storica di quelle mura.
Il 4 novembre del 1702 la Porta Palatina viene chiusa , perché non serviva più come porta di accesso alla città e nel maggio del 1724 le torri passarono sotto il controllo del Vicariato per diventarne ufficialmente le sue carceri.

Esistono alcune fotografie e disegni in cui si vedono le torri con, davanti alle finestre, le “bocche di lupo”. Sono strutture che non permettevano dall’interno di vedere verso l’esterno, non lasciavano passare neanche la luce del sole e le stanze erano sempre molto buie.
La parte di collegamento tra le due torri venne trasformata in caserma per i soldati delle carceri del Vicariato.

Coloro che finivano nel carcere delle Torri o del Vicariato erano persone per lo più fermate dai militari del Vicariato. Si trattava di piccoli scippatori, ladruncoli, oziosi e vagabondi, prostitute ...
I tempi di permanenza non erano lunghi, di solito si aggiravano sui due o tre mesi; se le condanne erano maggiori i detenuti venivano trasferiti nel carcere criminale, sotto la giurisdizione del Tribunale.
Dopo il 1750, parte della popolazione femminile venne smistata nel carcere delle Ferrate, appena aperto.

Nella Guida di Torino del Craveri, del 1753, si legge:” … indi salendo sul bastione a man destra della Porta Palazzo vedonsi verso levante due gran Torri, ove sono le Carceri del Vicariato, …”
Di questo carcere non si hanno molte notizie, poco è stato scritto anche perchè le condizioni di vita erano miserabili, ai limiti della sopravvivenza. Chi usciva era sicuramente una persona disperata e non pensava certo a scrivere le proprie memorie.

Sulla vita di questo carcere abbiamo scarse testimonianze come, ad esempio, alcune relazioni scritte da medici o altro personale che le aveva visitate: in una di queste si parla di un certo Baloc. Baloc era stato incarcerato nelle carceri delle Torri, nel  1685, ed era affetto da una grave malattia che stava portando alla tomba; il dottor Griffa, il medico che andava a visitarlo, scriveva:”Ditenuto Baloc  ammalato abbandonato non per iperbole, ma in realtà sovra un vero letamaio, già esulcerate le parti genitali, e la schiena, già privo di voce e spirante a momenti”.
Il povero Baloc era stato abbandonato su un lato del camerone adibito a raccolta degli escrementi.
Non vi era  la possibilità di avere medicine di nessun tipo e il povero dottor Griffa decide, di tasca sua, di comprare del vino per alleviare gli ultimi momenti del carcerato Baloc.

Il fatto che non esistessero servizi igienici non deve meravigliare eccessivamente perché lo stesso problema veniva lamentato dai detenuti durante la rivoluzione francese del 1789. Esistevano addirittura delle “stanze di carcere” a pagamento.
Erano disposte sui piani superiori ed avevano un buco in cui espletare i bisogni fisiologici che cadevano e venivano ammassati con gli altri delle camere inferiori (cioè di quelle che non erano a pagamento).

Anche le guardie del Vicariato di Torino non stavano, sicuramente,  molto meglio quando si legge che, a causa della mancanza di pane, molte volte non riuscivano a stare in piedi per la debolezza.   

Nel 1860 le torri palatine vennero isolate dalle altre costruzioni esistenti. Si trattava di vecchie casupole poverissime e diroccate. Nel 1872 iniziarono i restauri e, nel 1906, il Comune ordinò il definitivo abbattimento delle parti aggiunte.

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