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LIBRI

I territori della Pena - Pietro Buffa

I territori della Pena

Pietro Buffa

Di Pietro Cappé

Pubblicato il: 09-02-2012


2006

Alla ricerca dei meccanismi di cambiamento delle prassi penitenziarie
Edizione Gruppo Abele Torino
Lo scopo del libro è  chiarito nel sottotitolo: la ricerca di dati rilevanti, la robusta documentazione prodotta, la classificazione e interpretazione degli elementi emersi sono finalizzate a rintracciare e progettare modalità operative innovative.
Il libro parte quindi da una descrizione minuziosa ed esauriente di una realtà, per certi aspetti bloccata e immobilizzata intorno a profonde contraddizioni interne, per identificare i cambiamenti già in corso, indicarne i possibili sviluppi e le strategie adeguate a fronteggiarli.

Le domande affrontate sono numerose  e le risposte senz’altro foriere di ulteriori approfondimenti (perché, come capita alle buone risposte, non chiudono la riflessione ma restano aperte ad ulteriori sviluppi e a nuovi orizzonti non previsti).
-Quale legalità è possibile applicare in un carcere? Quella del regolamento, inteso in maniera rigorosa e rigida? Esistono alternative che non cedano alla eventuale prepotenza delle parti in gioco?
-Quali categorie di individui popolano il carcere? Le due classiche dei “controllati” e dei “controllori”?Quali ulteriori distinzioni devono essere fatte per cominciare a capire la complessità del carcere?
-Più che alla realtà carceraria, non è forse necessario cominciare a pensare a più realtà nello stesso istituto, separate da livelli di vivibilità differenti?
-Tra l’abolizione del carcere oppure la sua radicalizzazione in termini quantitativi e qualitativi, è praticabile una terza via che tenda a  separare l’inevitabile pena della mancanza di libertà dalle pene aggiuntive, apparentemente inseparabili dalla prima?
-E chi dovrebbe promuovere questa umanizzazione dell’istituto penitenziario:  organismi, enti, operatori esterni al carcere oppure anche  e soprattutto le risorse attualmente presenti negli istituti, quali l’Area della Sorveglianza e del Trattamento (di cui la Scuola è parte)?

Per rispondere a questi interrogativi il libro parte dall’esame accurato di più di mille lettere (inviate appunto alla  Direzione), le quali servono da guida e da indice per scandire gli argomenti e dipanare i problemi sopra indicati.
Nelle conclusioni, l’autore circoscrive una gerarchia di richieste da parte dei detenuti e le generalizza in tre concetti chiave:
1)la richiesta di mediazione tra le parti, tra i reclusi e lo staff, ma anche tra gli stessi reclusi;
2)la richiesta di distribuire/ridistribuire risorse ed opportunità attraverso una strategia “giusta”;
3) la richiesta di garantire l’integrità della propria dignità e dell’identità personale (che tuttavia diventa trasversale rispetto alle prime due richieste).
Quindi propone un modello operativo, che affronta  concretamente le  tre problematiche individuate. Vengono fatti anche esempi di progetti già funzionanti nell’istituto “Lorusso e Cutugno” (il progetto Accoglienza gestito dal Ctp e dagli educatori insieme ad una rete di operatori interni  -  i gruppi di attenzione, gestiti dalla polizia penitenziari, educatori, personale medico, assistenti volontari - il progetto SARA, gestito dagli assistenti volontari) a dimostrazione che il modello è applicabile e ottiene risultati incoraggianti.
“…Un cambiamento organizzativo che sia in grado di sfrondare la detenzione di quelle pene accessorie dovute più alla prassi che alla volontà del legislatore e del giudice…” (2) è allora possibile, senza costi aggiuntivi particolarmente ragguardevoli, senza innovazioni legislative e normative rilevanti, cioè sostanzialmente con l’attuale insieme di risorse?
Il libro risponde di si.
Mi è sembrato che per l’autore esista comunque una precondizione al modello di attuazione di nuove formule organizzative e gestionali: la disponibilità, almeno di massima, da parte delle tre Aree (per comodità separiamo l’ Area della Scuola dall’Area del Trattamento e da quella della Custodia) a confrontarsi e a condividere i cambiamenti, attraverso una messa in discussione di stili di lavoro, di ruoli e di competenze.
In altri termini si tratta di far progredire il clima dei rapporti interne tra le tre Aree, ricordando che sono presenti almeno cinque livelli distinti che creano un particolare clima di relazione. In crescendo, partendo da quello di più difficile gestione, abbiamo il clima di ostilità, poi quello di indifferenza, quello di informazione, quello di collaborazione e, per ultimo, il più complesso da raggiungere, quello di integrazione.
Parlare di blocchi, compatti ed omogenei per la scarsa flessibilità nel muoversi verso l’integrazione, a proposito delle tre Aree, sarebbe una semplificazione eccessiva. E’ stato evidente tuttavia, almeno nell’esperienza torinese, che le forti resistenze, al interno delle tre aree, alle richieste di cambiamento indicano che la propensione a mantenere l’attuale situazione -  fatta di ruoli predefiniti, spazi ben delimitati, sfere di intervento regolamentate una volta per tutte, esecuzioni meccaniche di un lavoro parcellizzato - è, allo stato attuale, se non preponderante, almeno ragguardevole.
In particolare credo, come sostiene anche l’autore, che si tratti di lavorare su un aspetto specifico: l’interpretazione del proprio ruolo professionale da parte del singolo operatore e un conseguente cambiamento dell’intera struttura organizzativa nella quale egli è inserito. L’interpretazione del ruolo, insomma,  deve essere modificata in funzione del contesto, anzi di un’analisi più articolata ed approfondita del contesto e dei suoi bisogni e dovrebbe adattarsi ad essa, non viceversa, come troppa spesso capita.
Da questo punto di vista le tre aree sembrano – almeno parti di esse - elefanti seduti su mansioni e compiti giudicati eterni (perché da norma) che non agili organizzazioni in grado di riconvertire i propri operatori a ragione delle necessità.
In questo modo il singolo pensa di controllare l’ansia ( “io faccio il mio lavoro…questo non è di mia competenza…ognuno stia al suo posto…il ruolo non lo prevede), l’organizzazione pensa, attraverso i suoi vertici, di poter mantenere spazi di potere e di manovra consolidati, e contemporaneamente  l’equilibrio, raggiunto all’interno dell’istituto, nelle sezioni e nei blocchi, tra interessi diversi, di gruppo e individuali, resta sempre più fragile e legato ad egoismi particolari e a rapporti di forza, non a principi di equità e di trasparenza.
 
Conclusione sulla copertina del libro.
Probabilmente un elemento rivelatore della più profonda motivazione a fornire l’avvio di questa opera (e forse della stessa esperienza professionale dell’autore) si può cogliere in un particolare: la fotografia iniziale che introduce il libro. In essa è  raffigurato un bassorilievo di un municipio tedesco della Baviera, risalente al 1618, dove un giullare rappresentato ricorda ai prigionieri il loro inevitabile destino, una volta condannati: essere per sempre marchiati dall’esperienza subita, identificati permanentemente dalle stigmate della reclusione e diventare i capri espiatori nella mentalità popolare.
Fermare questo procedimento che ancora oggi è attivo sulla pelle, sulla carne delle persone è necessario così come ricordare, attraverso i saggi dell’antica Grecia, che la conoscenza e la scienza, senza l’amore per l’umanità, sono cieche.


Pietro Buffa dal 1993 entra nell’amministrazione penitenziaria come vicedirettore presso la Casa Circondariale di Torino; successivamente direttore della Casa Circondariale di Asti, poi delle Case di reclusione di Alessandria e di Saluzzo. Dal 2000 è direttore dell’Istituto Penale “Lorusso e Cutugno” di Torino.

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