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Dei delitti e delle pene - Cesare Beccaria

Dei delitti e delle pene

Cesare Beccaria

Di Sara Fornera

Pubblicato il: 03-09-2012


1764

Cesare Beccaria (1738-1794) si autodefinisce, un “filosofo della morale e della politica”.
In questo breve trattato Beccaria si pone con spirito illuminista delle domande circa i delitti e le pene allora in uso analizzando due principali temi: la crudeltà delle pene e l’irregolarità delle procedure criminali.
Egli critica fermamente lo stato della giustizia e i metodi arbitrari che la società utilizzava, tra i quali la tortura, e vi condanna risolutamente il ricorso alla pena di morte, "né utile, né necessaria". Accolta con entusiasmo dalle maggiori personalità del tempo tra le quali Voltaire, "Dei delitti e delle pene" ispira una nuova visione del diritto penale.

Nell’opera Beccaria affronta il problema della legittimità dei governi di punire coloro che in qualsiasi modo contravvengono a quanto stabilito dalle leggi in quanto, come affermano gli illuministi, tra il cittadino e lo Stato si stabilisce un "patto sociale" in base a cui ogni cittadino rinuncia a una piccola parte della propria libertà per il raggiungimento della maggior felicità possibile, garantita a ciascuno dall'azione dello Stato.
Il diritto di punire, ovvero l'origine della pena, deriva dalla necessità di difendere la sicurezza comune e il bene universale dalle usurpazioni particolari.
Uno dei freni al delitto non deve essere la crudeltà della pena ma la certezza della pena.
La moderazione e dolcezza della pena sono la dimostrazione più chiara del principio dell’utilità generale.

Beccaria delinea un "teorema generale" per determinare l'utilità di una pena: "perché ogni pena non sia una violenza di uno o di molti contro un privato cittadino, dev'essere essenzialmente pubblica, pronta, necessaria, la minima delle possibili nelle date circostanze, proporzionata a' delitti, dettata dalle leggi".
Le leggi rappresentano le condizioni alle quali uomini liberi decidono di subordinarsi per unirsi in società, stanchi di vivere in un continuo stato di guerra e di non poter avere una libertà costante. Così il compito del sovrano è quello di amministrare queste norme e fare in modo di salvaguardarle.
Le leggi non devono essere interpretate ma devono essere chiare sufficientemente, in modo che il compito del magistrato sia solo quello di applicarle.
Deve esserci inoltre una giusta proporzione fra i delitti e le pene, ovvero le pene devono essere proporzionate alla misura del danno che i delitti arrecano alla società.

Molto famosa nel "Dei delitti e delle pene" e' la critica del Beccaria nei riguardi della tortura e della pena di morte.
La tortura è una crudeltà: essa costringe a confessare la propria colpevolezza, a confessare il nome dei propri complici o a confessare altri delitti ma non sempre porta a confessare la verità o il vero colpevole.
Per quanto riguarda la pena di morte, in base a quale diritto lo Stato può uccidere un uomo?
La pena di morte non e' un diritto. Lo stato potrebbe uccidere solo per necessità o per utilità, ma la morte non è né utile né necessaria. La morte di un cittadino non distoglie gli altri dal commettere reati, perché non è l’intensità della pena a  far effetto sull’animo degli altri quanto piuttosto l’estensione di essa.
Il Beccaria sostiene che la grandezza delle pene deve essere proporzionata alla natura dello stato: uno stato uscito da poco dallo stato selvaggio dovrà avere pene che colpiscono gli animi induriti dei propri sudditi, poi man mano che questi si addolciscono anche le pene dovranno essere più dolci e dovranno essere pubbliche, pronte, necessarie, dettate dalle leggi e proporzionate ai delitti.

"Dei e delitti e delle pene" termina con l' analisi di alcuni sistemi per prevenire il delitto e li delinea nelle scienze e nell'educazione, piuttosto che nel comando e nelle ricompense.

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