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Ngugi wa Thiong'o, Scrittore africano

Ngugi wa Thiong'o

Scrittore africano

Di Marco Rabino

Pubblicato il: 02-09-2012


Sud Africa,

1938

Un articolo pubblicato su: La Stampa di Torino l'8 giugno 2012 firmato da Claudio Gorlier

CLAUDIO GORLIER

Alcuni anni or sono mi accadde di presentare in pubblico per una premiazione, ad Addis Abeba, uno dei maggiori scrittori africani, il kenyota Ngugi wa Thiong’o (pronuncia Ngughi ua Tiongo). Presi lo spunto dal fatto che Ngugi aveva scritto sia in inglese sia nella sua lingua etnica, il Kikuyu, o Gikuyu, e tra il serio e il faceto gli domandai: «Ngugi, lei in che lingua sogna?». Sorridendo, mi rispose: «Nella lingua dei sogni». L’episodio mi è tornato alla mente quando, due anni or sono, Ngugi ha pubblicato, in inglese, Dreams in a Time of War che appare ora, nella brillante traduzione italiana di Guendalina Carbonelli, con il titolo Sogni in tempo di guerra (Jaca Book, pp. 219, € 16).

Con la sua fascinosa padronanza del mondo reale e della favola, Ngugi, nato nel 1938, ci riporta indietro negli anni della sua infanzia e della sua prima adolescenza. Non stupitevi, se conoscevate Ngugi come uno scrittore dalla imperiosa visione realistica, autore di almeno due tra i più memorabili romanzi di scrittore africano, Un chicco di grano ePetali di sangue , entrambi pubblicati in traduzione italiana da Jaca. La favola e il sogno, infatti, si annidano in queste due opere, per molti versi rappresentatrici di vicende tragiche sullo sfondo dei conflitti civili nel Kenya coloniale, a cominciare dalla leggendaria rivolta anti-inglese dei Mau Mau, e poi con il contrastato e tormentato potere, dopo l’indipendenza, del leggendario Jomo Kenyatta.

Giovanissimo, Ngugi aveva professato un radicale marxismo-leninismo, che lo aveva costretto a lasciare l’insegnamento, a subire il carcere e poi, dal 1982, l’esilio prima in Inghilterra e poi negli Stati Uniti, dove tuttora vive, docente universitario in California. Attento osservatore di tutte le esperienza comuniste, ricordo quando un giorno mi parlò con ammirazione di Gramsci (che lui, fatto non insolito nell’ambiente anglofono, chiamava «Gramski»). In questi Sogni Ngugi racconta se stesso, il mondo famigliare innervato nella dimensione pubblica, nell’ambito tribale, poligamico. La favola possiede un’intensità realistica, si tratti della caccia alla lepre e all’antilope da parte dei ragazzi, in genere con scarso successo, e della costruzione ingegnosa di una carriola, o della coesistenza spesso conflittuale tra fanciulli africani e coetanei di estrazione indiana. Ma ecco una svolta che porta il ragazzo a una «nuova vita. Da una comunità poligama a una famiglia con un nuovo genitore». Iniziano gli anni di scuola, complicati dalla politica dei padroni britannici tesa a scoraggiare le iniziative in contrasto con l’egemonia coloniale.

L’apparente libertà di muoversi, diremmo di giocare, di spaziare tra i mercati, si spezza quando il ragazzo, ormai in grado di leggere i giornali inglesi, apprende di un massacro provocato da una repressione britannica. È la propaganda imposta dai colonizzatori: grazie agli amici più anziani, ai maestri impegnati, il giovane James - così lo avevano letteralmente battezzato alla nascita - impara l’inesorabile realtà.

Il processo a Kenyatta «divenne per me uno spettacolo orale». Il legame più solido, l’amico del cuore più anziano Ngandi, non a caso col suo nome indiano, è ottimista, e la sua influenza agisce sul ragazzo ancora imbevuto della educazione cristiana la Bibbia - imposta a scuola. E una influenza cattolica giungerà al ragazzo kenyota da una scuola coloniale creata da missionari italiani, la Loreto School. Accanto, si intende, emergono le letture inglesi, da Dickens a Stevenson. Il brillante giovane James, pur stravolto ogni tanto dagli echi delle rivolte e dai casi di brutale repressione cui assiste, viene ammesso alla prestigiosa Alliance High School. Il padre lo avverte che lunga è la strada davanti a lui. «Ci saranno buche e dossi. Qualche volta cadrai. Ma l’importante è rialzarsi e continuare a camminare».

In che misura il ragazzo James, futuro Ngugi, vive dunque un sogno, l’ultimo in ordine di tempo in Sogni in tempo di guerra , ma il primo di una serie che lo attende? Non lo sappiamo, perché qui il libro si chiude, ma non esitiamo a immaginarlo, e il futuro Ngugi ce lo consegnerà nella sua avventura esistenziale, ma soprattutto nei suoi romanzi, grazie ai quali lo conosciamo. E dunque, nei suoi sogni. La sua lingua più autentica. In Africa, in California.

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