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STORIA

La Rochelle: Embarquement des forįats (Imbarco dei forzati) - primo novecento

Storia e prigione - Colonie penali e lavori forzati

Marco Rabino

Di Marco Rabino

Pubblicato il: 06-03-2017


Nel mondo

1700 - 1800 - 1900

Per parlare di lavori forzati, nella storia dell'umanità, non dobbiamo necessariamente trattare delle sole colonie penali. Lo sfruttamento di prigionieri come manodopera priva di diritti e totalmente gratuita è stata una pratica largamente diffusa nel trattamento della pena di ogni civiltà e nazione. Pensiamo agli schiavi ottenuti dalle guerre di conquista all'epoca delle civiltà antiche. Interi popoli conquistati e utilizzati come bassa manovalanza per la costruzione di edifici e infrastrutture. I sistemi penali successivi nonostante abbiano compiuto alcune meritevoli iniziative per migliorare la condizione umana dei detenuti non furono in grado di evitare del tutto la pressione del potere che cercò, in ogni epoca, di utilizzare per scopi economici e pratici i prigionieri. Così con la sistematizzazione e la razionalizzazione della pena a partire dal XVIII secolo le colonie penali rappresentarono una giustificazione all'utilizzo di manodopera a zero costi e i detenuti contribuirono, loro malgrado, allo sviluppo della civiltà industriale e alla colonizzazione di nuovi territori per le potenze coloniali.

La colonia penale era una comunità situata in un territorio lontano dalla terra madre che ospitava un certo tipo di detenuti. I prigionieri erano in catene e solitamente costretti a lavori forzati all'interno di grandi strutture o realtà agricole. Nel tempo, i lavori forzati sono stati utilizzati normalmente in quasi tutte le nazioni imperialiste e no. Si trovano infatti le stesse modalità di detenzione nelle katorga russe e nelle costrizioni in catena dei prigionieri nelle colonie penali americane e in quelle situate in Australia. Non si ricorda abbastanza di frequente quanto queste colonie penali siano state determinanti nello sviluppo e nella colonizzazione di queste parti dell'America e dell'Australia intera.

Ovviamente per favorire le casse dello Stato i detenuti venivano inviati nelle colonie penali a lavorare in modo gratuito e servile. Questo utilizzo di manodopera a basso costo poteva favorire condanne ingiuste di una gran parte della popolazione, quella meno tutelata, per fare in modo di aumentare la forza lavoro nei territori da bonificare.

La collocazione geografica delle colonie penali era quindi determinata da diverse motivazioni politiche e amministrative. Intanto i territori scelti erano quelli che dovevano essere colonizzati perché poco appetibili dalla popolazione nazionale. Erano territori impervi e spesso si trattava di isole con un habitat malsano e pericoloso. I detenuti venivano impiegati per sanare e bonificare quelle terre per renderle disponibili alla coltivazione e alla produzione di legname o di prodotti agricoli. Le colonie penali a partire dal XVIII secolo furono utilizzate, soprattutto dall'impero britannico, come sistema economico espansionistico per colonizzare l'America del Nord e l'Australia senza pagarne le spese.

Le condizioni che dovevano subire i detenuti erano inumane. Oltre alla costrizione fisica, che li vedeva in catene durante la maggior parte della loro esistenza, subivano malnutrizione, malattie non curate e fatiche giornaliere che portavano inevitabilmente ad una debilitazione vicina alla morte. Condizione facilmente verificabile nel momento in cui un detenuto tentava la fuga e metteva in pericolo la sua vita affrontando gli ostili territori che si trovavano intorno alle colonie penali oppure i scontrandosi con i sorveglianti che non si facevano scrupolo di uccidere il fuggitivo.

In America, ancora nel XX secolo, era presente una pratica chiamata chain gang che letteralmente significa un gruppo umano in catene. Il termine non rende bene quello che fisicamente e visivamente rappresenta la chain gang. L’abbiamo vista spesso in molte foto dell'epoca e nei diversi film che raccontano di storie di prigione del primo 900 o dell'800 statunitensi. Consiste nel riunire un gruppo di detenuti, più propriamente prigionieri, incatenati insieme e costretti a raggiungere il loro posto di lavoro e a lavorare bloccati da catene alle caviglie. Questo metodo di controllo era dettato da una ragione di sicurezza per creare un deterrente alla fuga individuale. Abbiamo in mente le immagini di questi detenuti vestiti a strisce bianche e nere che spaccano le pietre con delle mazze o sistemano il ciglio delle strade. Oltre all’innegabile vantaggio di far lavorare un insieme di persone costrette per il bene pubblico a fatiche inumane, la vista di questi poveri prigionieri era considerata un deterrente per gli intenzionati a compiere azioni criminali. Le chain gang furono utilizzate fino a quasi il 1950 anche nei penitenziari territoriali ed erano una pratica comune, ad esempio, nelle colonie penali australiane di Norfolk Island in Australia, con lo scopo di evitare fughe di prigionieri durante le fasi di spostamento di uomini e di evitare che si mischiassero ai coloni regolari del New South Wales, il Nuovo Galles del sud.

La pratica dei lavori forzati, così come quella descritta, è stata abbandonata nella gran parte dei sistemi detentivi evoluti. Possiamo considerare comunque l'argomento molto complesso del lavoro appaltato o delegato a detenuti. Tralasciando i lavori realizzati da associazioni e cooperative che, tradizionalmente, operano con costi molto bassi vista la natura sociale dell'attività svolta. Prendiamo in considerazione, invece, il lavoro che viene svolto all'interno delle carceri per conto di Corporation e grandi aziende internazionali. Sicuramente è una attività crea costi inferiori rispetto al mondo del lavoro della società libera. In Europa le carceri di molte nazioni danno la possibilità ai detenuti di esercitare attività di varia natura concordate con aziende del territorio. Soprattutto negli Stati Uniti si diffondono saggi e articoli che prefigurano uno scenario di nuova schiavitù detentiva rispetto all'utilizzo, da parte di aziende private che delegano il lavoro alle carceri gestite da soggetti anch'essi privati, o addirittura in proprio, di un affitto rispetto ai detenuti e al pagamento di una quota agli enti pubblici per ogni persona utilizzata nella propria filiera produttiva. Sono scenari da futuro distopico ma, assicurano gli esperti, in qualche modo queste pratiche hanno già cominciato ad essere utilizzate in molte realtà detentive soprattutto statunitensi.

Nella foto di copertina:Imbarco di forzati dal porto di La Rochelle, in Francia. Sono diretti ai bagni penali della Cayenna francese.

 

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Le colonie penali erano isole appartenenti all'impero che venivano destinate ad accogliere detenuti scomodi o problematici. In realtà furono un valido strumento di colonizzazione di luoghi poco apprezzati dalla popolazione della madre patria. Anche le cartoline dell'epoca non mancavano di rappresentare il mondo della colonie penali. In Francia, molte furono dedicate alla famigerata Cayenna, situata nella Guyana francese, il bagno penale più famoso delle colonie francesi del primo Novecento.


Il bagno penale di Saint Laurent du Maroni, nella Guyana francese e l'Isola del Diavolo, al largo delle sue coste, furono uno dei luoghi peggiori di detenzione attivi dal 1852 al 1946. Vi furono detenuti personaggi del mondo della politica e della cultura. Un celebre film "Papillon" racconta la storia di una evasione da quei luoghi. Ora è meta di turismo storico.