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STORIA

Giulia Falletti di Barolo, nata Juliette Colbert

Giulia di Barolo

Angelo Toppino e Marco Rabino

Di Angelo Toppino

Pubblicato il: 12-02-2017


Torino, Piemonte, Italia

1785 – 1864

Ci dice Silvio Pellico:” Giulietta Viturnia Francesca Colbert nacque addì 27 giugno 1785 nel paterno castello di Maulévrier, in Vendea; ebbe per padre il marchese Edoardo di Maulévrier, discendente diretto  del gran Colbert, e per madre la contessa Anna Maria Quengo de Cremolle.
Era Giulietta nell’infanzia quando la madre morì. La rivoluzione francese scoppiava allora. Un’ava, una zia ed altri congiunti di Giulietta furono ghigliottinati. Il marchese Edoardo co’ suoi tre figli, un maschio e due femmine dovettero emigrare, e stettero in Germania ed in Olanda, … (suo padre) nell’intera vita, che giunse oltre gli anni ottanta, si segnalò fra gli uomini intelligentissimi e d’alto cuore … Maritò … Giulietta al marchese Tancredi Falletti di Barolo.
   
Giulia ebbe la prima infanzia, quindi, in un meraviglioso castello poi , con la rivoluzione francese, cominciò il suo peregrinare fin quando incontrò il marchese di Falletti Barolo.
La loro casa, il Palazzo Barolo, tra le vie Corte d’Appello e  via delle Orfane è uno splendore di opere d’arte.
Qui si danno convegno principi e principesse, prelati ed ambasciatori intellettuali e politici liberali e conservatori, da Cavour a Cesare Balbo, dal De Maistre al Solaro della Margarita. Ma, sicuramente, gli incontri determinanti sono stati con don Giuseppe Cafasso  e don Giovanni Bosco. A lei si aprì “l’altra Torino”; la Torino dei poveri dei diseredati, la Torino delle carceri  e degli istituti di rieducazione. C’è il famoso “incontro” con la realtà carceraria avvenuto davanti alle carceri senatorie (vedi Giulia di Barolo nelle carceri Senatorie). Cercò in ogni modo di reintegrare le carcerate nella società, ne seguiva i processi le ospitava in istituti quando uscivano dal carcere e, tra le prime persone, iniziò a fare corsi per insegnare a leggere e scrivere alle carcerate.

“ Dopo le pene scontate dalle colpevoli, queste uscivano non solo migliorate, ma con il vantaggio di sapere un mestiere e di possedere un peculio ivi risparmiato, mediante la mercede(a) avuto peì lavori eseguiti. Se in uscire di cattività non potevano venire accolte nelle proprie famiglie la marchesa non le abbandonava; soccorrevale fin tanto avessero maniera di campare onestamente nel mondo con le loro fatiche.
Riuscì anche ad avere delle volontarie che la aiutarono e si divisero i compiti: vi era chi seguiva le scuole, chi gestiva il magazzino dei vestiti … Si battè perché si facessero delle carceri migliori, purtroppo non riuscì a vedere il nuovo carcere ultimato perché mori nel 1864 ed il carcere nuovo fu ultimato nel 1870. L’impegno di Giulia spaziò in tutto l campo dell’emarginazione lasciando, dopo la sua morte, diversi enti che continuarono la sua attività e il suo impegno.

a)    La mercede e  il reddito conseguito dal detenuto per lavori eseguiti in carcere. Questi soldi vengono conservati dalla direzione e consegnati al detenuto quando esce; questa parola si utilizza anche attualmente per definire lo stipendio dei detenuti che lavorano (i lavoranti).

La vita

Giulia Falletti di Barolo, nata Juliette Colbert, nasce a Maulévrier, in una regione molto cattolica della Francia, la Vandea, da una famiglia nobile. Giulia di Barolo all'epoca Juliette Colbert durante la Rivoluzione Francese rimane orfana a soli 7 anni. Molti suoi parenti erano appartenenti all'aristocrazia francese e durante la Rivoluzione per questa loro partecipazione vennero giustiziati pubblicamente dai rivoluzionari. La vita di Giulia cambia profondamente il 18 agosto 1806 quando sposa il piemontese marchese Carlo Tancredi Falletti di Barolo.

Nel 1814 si trasferisce a Torino nella residenza della famiglia Barolo Palazzo Barolo in pieno centro cittadino, vicino ai centri di potere dell'epoca, a due passi dalla piazza più importante della città nella quale si affacciano Palazzo Reale e Palazzo Madama. Qui Giulia Barolo conosce molti intellettuali e grazie al suo carattere ostinato, ribelle e attratti anticonvenzionale si avvicina a molte personalità che saranno le menti più brillanti dell'epoca. Una di queste è proprio il patriota e attivista Silvio Pellico appena giunto reduce dalla detenzione scontata nella fortezza dello Spielberg. Il palazzo dei Barolo, grazie all'intraprendenza di Giulia di Barolo diventa il luogo di ritrovo dell'elite politica e culturale della Torino dell'epoca si ricordano Cavour, Cesare Balbo, Solaro della Margarita e tanti altri.

Giulia di Barolo è sicuramente molto attiva culturalmente ma la sua passione diventa progressivamente il bene pubblico, in un'epoca nella quale sicuramente gli ultimi non erano ben rappresentati dal potere cittadino. A Torino non mancavano però le personalità di spicco in questo settore. Si deve ricordare Don Bosco e un altro salesiano molto attivo nelle carceri dell'epoca, soprattutto in sostegno ai condannati a morte, don Giuseppe Cafasso.

La predilizione per la benefattrice Giulia di Barolo è il mondo delle carceri e in particolare delle donne detenute in una Torino che non considerava affatto il benessere del detenuto come priorità. Carlo Tancredi Falletti è un grande sostenitore della moglie, Giulia di Barolo, e insieme i due diventantano la coppia di benefattori più in vista dell'epoca. Lo stesso Carlo Tancredi Falletti di Barolo costruisce Scuole gratuite, luoghi di assistenza per i poveri elargisce cospicue donazioni per costruire il cimitero monumentale di Torino.

Giulia di Barolo e Tancredi Falletti fondano la Congregazione delle Suore di Sant'Anna tutt'ora attiva nella zona di Porta Palazzo a Torino. Il grande impegno di Giulia Falletti di Barolo a favore delle carcerate sì dirige verso la loro istruzione, la decenza nella detenzione, una giusta igiene e una corretta alimentazione. Giulia si spinge oltre e presenta un progetto di riforma carceraria al governo. Il 30 ottobre 1821 il Ministero nomina Giulia Falletti di Barolo sovrintendente alla detenzione. Questa sua nomina favorisce l'Istituto carcerario a diventare un modello anche grazie alla stesura di un regolamento interno redatto e, in seguito, discusso con le detenute. Nel 1821 Giulia di Barolo fonda, nel Borgo Dora, una scuola per fanciulle povere due anni dopo, nel 1823 fonda l'Istituto del rifugio al Valdocco per le madri giovani.

Nel 1825 destino ai figli dei lavoratori una parte del Palazzo Barolo, la prima operazione del genere in Italia. In ambito detentivo, oltre alla Sovrintendenza che lei presiede attivamente, si occupa anche del post pena per le donne in detenzione. Nel 1833 Giulia Falletti di Barolo si interessa personalmente alla costruzione dell'istituto del rifugio presso il Monastero delle sorelle penitenti di Santa Maria Maddalena che accoglie anche le vittime della prostituzione minorile. Vi sono molte leggende che ancora oggi ricordano le azioni benefiche di Giulia Falletti di Barolo, un personaggio che ha lasciato un grande segno nella Torino contemporanea. Una di queste storie racconta che Giulia di Barolo fu protagonista direttamente durante il trasferimento delle detenute dal carcere femminile, ospitato all'interno delle Porte Palatine, verso il nuovo carcere su modello Panopticon delle Nuove intorno al 1870. Le detenute erano molto vergognose di traversare la città in catene e la nobildonna si attivo immediatamente per fornire le carrozze chiuse nelle quali trasportare, al riparo da occhi indiscreti, le povere donne.

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Don Giuseppe Cafasso è ricordato come il cappellano dei condannati a morte a Torino.


Giulia di Barolo seguiva, con questa struttura, le donne che uscivano dal carcere e non avevano un posto dove andare.


Nel primo ‘800 venne a visitare le carceri la marchesa Giulia di Barolo.
La marchesa Giulia di Barolo si distinse ben presto per la sua opera nelle carceri di Torino ed in particolare per l’aiuto che diede alle donne carcerate.


Dalla sua creazione, questo carcere ha assunto diversi nomi: prima Le Ferrate, probabilmente per i ferri che venivano messi alle donne per impedire che fuggissero; in un secondo periodo venne chiamato Delle Forzate e poi Delle Sforzate per, si intuisce, le costrizioni che dovevano subire le detenute chee non volevano lavorare.