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STORIA

San Giovanni Bosco

San Giovanni Bosco

Angelo Toppino

Di Angelo Toppino

Pubblicato il: 16-02-2017


Settimo Torinese, Torino, Italia

1815 - 1888

(Castelnuovo Don Bosco 1815-Torino 1888)

Nel 1840, San Giovanni Bosco, iniziando la sua attività, decide di seguire le orme di San Cafasso nel carcere. Il primo approccio non deve essere stato semplice da quello che si legge nelle sue memorie, ma lentamente inizia a conoscere quel mondo nuovo per lui. Iniziò facendo lezioni di catechismo nei vari carceri torinesi e pian piano ebbe la loro fiducia ed iniziò un dialogo. La cosa che più lo colpiva era il vedere ragazzi dai 12 anni in su chiusi in quegli stanzoni ed essere nutriti solo con pane nero ed acqua.

Questi giovani erano messi a marcire nelle carceri e bastava un minimo attrito a far scattare la repressione dei carcerieri che bastonavano per un nonnulla. Un giorno uscendo dal carcere disse a don Cafasso:  Bisogna impedire ad ogni costo che i ragazzi finiscano in prigione, voglio essere il salvatore di questa gioventù”.
   

Nel frattempo don Bosco entra in contatto con Giulia Colbert di Barolo; fu una storia con alti e bassi perché entrambi erano caratteri forti e motivati.

Don Bosco fu cappellano dell’Ospedaletto di Giulia di Barolo poi dopo poco tempo le loro strade seguirono impegni diversi

L’impiccagione di Alessandria

Un giorno don Bosco venne chiamato in carcere da un detenuto di 22 anni; era stato condannato a morte, con suo padre, ad Alessandria. Il ragazzo, tra le lacrime, chiede al sacerdote di accompagnarlo nel suo ultimo viaggio, don Bosco non se la sentiva ma promise che ci sarebbe stato.

Quando i condannati partirono per Alessandria, luogo dell’esecuzione, don Bosco voleva non mantenere la promessa perché in cuor suo non se la sentiva di partecipare, seppur come confortatore, a uno spettacolo così atroce, ma Cafasso letteralmente lo costrinse a partire per Alessandria. Passò tutta la notte a confortare il ragazzo, al mattino salì sul carro con il ragazzo erano seguiti dal carro sul quale era il padre con don Cafasso. Come don Bosco temeva, l’emozione  fu eccessiva e alla vista del ragazzo che andava verso il patibolo svenne.

La scena fu seguita dal Cafasso che fece scendere dal carro il povero don Giovanni Bosco e seguì personalmente tutte e due le esecuzioni. Questo fatto convinse definitivamente don Bosco che egli doveva seguire i ragazzi e lasciare una parte dell’attività sacerdotale a persone che erano, come don Cafasso, predestinate a fare in modo meraviglioso questa gravosa attività.

Don Bosco e i ragazzi della Generala

Le nuove leggi, finalmente, non costringevano più i ragazzi a rimanere in carcere con gli adulti; si stavano creando i riformatori per i minori.

Fin dall’apertura, del 1845,  don Bosco aveva iniziato a frequentare i ragazzi della Generala.

Tutto avvenne un giorno durante un incontro con il ministro Rattazzi.

Rattazzi si interessava all’opera di don Bosco e al lavoro che svolgeva con i ragazzi; poi un giorno gli chiese se il suo sistema di educazione fosse applicabile anche ai ragazzi della Generala – e perché no? – rispose don Bosco.

In quel momento iniziò la storia di don Bosco con la Generala.

I ragazzi erano divisi in tre categorie: I sorvegliati speciali, ragazzi per i quali si applicava il sistema di isolamento notturno; i sorvegliati normali, ragazzo per i quali si applicava una sorveglianza attenuata e i pericolanti, ragazzi inviati dalle famiglie (sembra vedersi in fotocopia i ragazzi che venivano inviati nel ‘700 all’Ergastolo).

Don Bosco incontrava tutte e tre le categorie dei ragazzi.

Un giorno, nel 1855, decise di fare una cosa speciale: voleva portare i ragazzi a fare una passeggiata fino a Stupinigi.

La proposta lasciò esterrefatto il povero direttore che non poteva autorizzare una simile cosa, subito don Bosco pensò di rivolgersi direttamente al Ministro dell’Interno che era Rattazzi.

Rattazzi subito propose di mettere, lungo il percorso, dei carabinieri in borghese ma Bosco si oppose e alla fine di una lunga discussione ebbe la meglio: sarebbe uscito con i ragazzi senza nessuna scorta.

Tutti i ragazzi della Generala, circa 300, si incamminarono il giorno del lunedì dell’Angelo a fare quella che in Piemonte si chiama “la merendina”, cioè una scampagnata da fare nel giorno di pasquetta.

La colonna si allontanò dalla Generala, con in testa don Bosco che teneva un asinello che portava una parte dei vivere, gli altri, i più leggeri, erano portati direttamente dai ragazzi.

Dopo l’arrivo a Stupinigi mangiarono e giocarono per tutto il giorno lungo il fiume Sangone.

All’ora stabilita il corteo dei ragazzi, guidato da don Bosco, mestamente rientrò alla Generala: nessun ragazzo era scappato e tutti, prima di rientrare avevano abbracciato e ringraziato don Bosco.

Anche se il primo ministro aveva detto che non ne sarebbero rientrati nemmeno dieci, rientrarono tutti.

Molte volte chiesero a don Bosco di scrivere libri per spiegare il suo metodo pedagogico; lui non li scrisse mai.

Scrisse solo nove pagine.

Una delle prime frasi era:”Questo sistema si appoggia tutto sopra la ragione, religione e sopra l’amorevolezza. Esclude ogni castigo violento e cerca di tenere lontani gli stessi castighi leggeri”.

Ridurre la storia di don Bosco al solo incontro con i ragazzi della Generala è sicuramente molto riduttivo ma, sicuramente, volendo scrivere una storia del Santo bisognerebbe fare almeno un libro molto voluminoso perché grandissima è stata l’opera di don Bosco per Torino e per tutti.

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