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STORIA

La forca e la pena di morte a Torino

Il cappio e la Forca. La pena di morte nella storia di Torino

Angelo Toppino

Di Angelo Toppino

Pubblicato il: 11-03-2017


Torino, Piemonte, Italia

1800

Ebbe molti soprannomi questo “strumento a corda”: Colombarda, tòpia, e forse il più giusto, i tre legni amari. Questo strumento ebbe periodi di fortune alterne, a periodi in cui un Governo equilibrato ridusse al minimo le impiccagioni vennero, invece, periodi di gran lavoro per i becchini.

Nell’opera “Lo stato presente di tutti i Popoli e Paesi del Mondo“ edito a Venezia nel 1740, una tavola in rame rappresenta Torino irta di cuspidi e torri, chiusa dalle grandi mura di cinta. Sopra un ponticello in riva al fiume Po, si vedono in simmetria  due tòpie con due impiccati lasciati a penzolare”. Questa sistemazione era da attribuirsi all’idea di avere un posto stabile per tutti ove eseguire le condanne, perché le donne, ad esempio, non venivano impiccate ma buttate nel fiume con una corda legata a un grosso macigno: quindi questo posto poteva essere il riferimento per tutti i cortei dei condannati sia che fossero uomini o donne.

Nell’ultimo periodo si continuò, maggiormente, a chiamarla “ tre legni amari” anche per il suo tipo di costruzione. Siamo tutti abituati a vedere anche in errate immagini di esecuzioni eseguite a Torino tutta una struttura completa di palco per effettuare le esecuzioni. La realtà dei fatti era molto più modesta. Dove si eseguivano le impiccagioni erano state posate sotto il livello della strada due grosse macine da mulino, al momento dell’esecuzione si infilavano i pali nel buco centrale delle macine e rimanevano quindi stabili in piedi, a questo punto si collegava un palo tra i due dalla parte superiore. Il boia passava una corda sul palo superiore che era orizzontale ed eseguiva la sua operazione.

La forca  ha subito molte peregrinazioni dovute da un canto allo sviluppo della città e dall’altro all’esigenza di cercare spazi sempre maggiori per ricevere tutto il pubblico di curiosi che voleva accedere. I primi dati danno per sicuro che nel Cinquecento le esecuzioni e altre forme di punizioni si facessero in Piazza delle Erbe, la piazza di fronte al Comune. Le esecuzioni avvenivano esattamente dove ora sorge il monumento; il Brayda ci dice che la gente si ricordava che gli strumenti, i tre legni amari, venivano custoditi anche ‘nella casa del Senato dell’attuale piazza IV marzo (non dimentichiamo che sotto questa casa erano presenti delle impressionanti carceri con segrete). Poi il viaggio continuò con piazza Castello, piazza San Carlo, la collinetta (ora spianata) lungo il fiume Po per poi fermarsi per un certo periodo al rondò della Forca in corso Regina Margherita. Poi, a causa delle lamentele degli abitanti delle case vicine, le ultime esecuzioni non si effettuarono più al rondò della Forca ma nella zona degli spalti della Cittadella in un luogo dove non erano ancora presenti case all’incirca nella zona dell’attuale stazione di Porta Susa. Nel frattempo le esecuzioni dei condannati del carcere della Cittadella, che nel primo Settecento venivano addirittura decapitati con una rudimentale ghigliottina, poi venivano fucilati nella piazza d’Armi che era di fronte alla Cittadella lungo l’attuale corso Vittorio Emanuele II.

L’ultimo impiccato fu Luigi Gervasio, uccisore, con la sua banda di due macellai, Beltramo e Maina, in vicolo Cavoretto. Oltre a questi luoghi “ufficiali” sorgevano qua e la luoghi per esecuzioni: in piazza Castello vi furono roghi dell’Inquisizione e fucilazioni di presenti untori di peste, e un poco tute le zone furono toccate in vario modo da esecuzioni di vari tipi. Per non parlare degli anni ’40 del secolo appena terminato, agli orrori della guerra si alternarono esecuzioni e massacri un po’ dovunque, fino al Martinetto con le sue fucilazioni  all’ultima esecuzione effettuata in Italia alle basse di Stura per i rei della strage di Villarbasse.

L'impiccagione del Negrotto

Nel mese si marzo nel 1853 venne impiccato un parricida. Di lui le cronache non ci dicono molto, però Negretto divenne famoso per quello che successe dopo la sua impiccagione. Dopo che il boia Pantoni con il sindaco dell’Arciconfraternita della Misericordia depose la salma il mesto corteo si diresse dal Rondò della Forca al vicino cimitero si San Pietro in Vincoli. Arrivato al cimitero vi fu un sobbalzo da parte di tui i presenti quando si sentì una flebile richiesta di acqua da parte del presunto morto nella bara. Iniziarono subito i concitati ed esterrefatti soccorsi ma dopo quattro ore il Negretto spirò definitivamente. Lo stesso Brofferio fece un’interpellanza al Ministro  della Giustizia perché si prendessero contromisure per evitare, in futuro, altri episodi simili. Si narra che Brofferio, spirito contraddittorio e pungente, avesse detto che il governo avrebbe fatta una legge in cui si vietata ai cadaveri di muoversi nella bara e di chiedere da bere. Brofferio aveva già, prima, coniato una poesia per un boia di nome Gasparino e sul rischio di avere delle agonie assurde: “Gasparin fa nen el fol con tua stringa intor al col”. Il giorno 16 marzo 1853 la reale Accademia Medico-chirurgica, su richiesta del Governo,  esternava il suo giudizio: 14 ritenevano più sicura la ghigliottina e 13 la forca. Ma di questo giudizio non se ne fece nulla.

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Il boia doveva, il giorno prima andare nel Confortatorio e comunicare al condannato che lui lo avrebbe impiccato e chiedeva perdono di doverlo impiccare, nel Confortatorio si diceva una messa per il condannato al quale partecipava anche il boia.


Savassa Gaspare passò alla storia: fu l’unico boia di Torino che al posto della corda utilizzò la ghigliottina.


Due fratelli uniti nella medesima professione: quella del boia. Probabilmente figli molto fedeli alla figura paterna, visto che anche il loro genitore, Antonio Pantoni, fu boia dello Stato Pontificio.


I confratelli della Compagnia stavano sul carro del condannato e tenevano davanti ai suoi occhi un crocifisso fornito di due grosse alette alterali; queste servivano a nascondergli fino all’ultimo la visione della forca.

Questo crocifisso è ancora oggi visibile in una bacheca della chiesa della Misericordia.