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STORIA

Archivio Storico del Comune di Torino

Angelo Toppino

Il Correzionale di Torino in epoca francese. Un carcere umido e malsano in pieno centro

Scritto da: Angelo Toppino

Pubblicato il: 18-03-2017

Via Barbaroux 32
Torino, Piemonte, Italia

1802 - 1870

Nel 1802, sotto il dominio francese, si decise di ridurre una parte del convento dei Gesuiti, il lato di via Stampatori, a carcere correzionale. Questo convento abbracciava via, oltre la via Stampatori e la via Barbaroux. In pratica ove vi è attualmente l’Archivio Storico del Comune di Torino. In quello stesso periodo, logicamente, l’attuale via Stampatori prese il nome di “rue Correctionelle”. Era sicuramente un carcere discreto, erano locali avuti dalla Chiesa dei Santi Martiri che era nello stesso isolato ma si affacciava in via Doragrossa (via Garibaldi). Essendo stato apert0 nel periodo francese si può ragionevolmente pensare che fosse concepito con dei criteri moderni ma anche questo carcere era malsano e non era raro avere malattie causate dai locali che erano umidi e freddi. I primi dati che si hanno di questo carcere li dobbiamo alle memorie di Giulia di Barolo:

”Volgevano cinque mesi che ella andava  al Senato, quando le carcerate del Correzionale la fecero pregare di volerle pur visitare. Lasciò che nodrissero qualche tempo siffatto ddesiderio, ed intanto le rese avvertite che ella esigeva un’intera obbedienza e costante applicazione. Avutene le più belle promesse, andò al Correzionale”

Questa prigione era assai diversa da quella del Senato. Le donne stavano in una sala riunite a pian terreno e godevano aere e luce; ma il luogo non era asciutto. I pagliericci sulla nuda terra ne traevano umidità, e questo era cagione di malattie.
Un cancello di ferro che aprivasi due volte al giorno per nettare la stanza, metteva sopra un cortiletto ove le carcerate ottenevano di rado licenza di passeggiare, perché i prigionieri avevano quivi egualmente un cancello.
Quei momenti di avvicinamento fra uomini e donne divenivano sorgente di contese e gelosie. Là, come al Senato, le donne e gli uomini trovavano modo di conversare, d’appassionarsi e di tessere intrighi. Al Senato non vi era luogo donde si vedessero, ma si sceglievano un idolo al suono della voce, alla grazia di esprimersi.
Allora si mandavano vicendevoli doni. Vi erano convenzioni stabilite, e sovente accadeva che i genitori, mariti, mogli che s’industriavano per portare qualche buon cibo o qualche moneta ai loro congiunti detenuti, ignoravano che tai pietosi regali erano donati in sacrifizio ad ignota persona idoleggiata in quelli strani innamoramenti.
I secondini del carcere eseguivano le commissioni. La Marchesa durò fatica a troncare legami; fu meno difficile al Senato dove uomini e donne non si vedevano, ma al Correzionale la vicinanza e le comunicazioni pel cortile rendevano inutile ogni sforzo. Le detenute del Correzionale errano prive del benefizio della santa Messa, e non udivano neppure un suono di campana che la annunziasse, non esistendovi punto Cappella. Stava colà una donna incarcerata da sedici anni, la quale non aveva mai più dalla sua entrata in prigione, inteso una Messa. Solamente a Pasqua venivano ecclesiastici, come al Senato, a fare un’istruzione alcuni giorni, e talune si confessavano e facevano Pasqua.
Per sollecitazione della Marchesa fu fabbricata una cappella, ed attualmente serve per gli uomini essendo le donne trasferite altrove” Questo trasferimento delle donne deve essere stato effettuato negli anni ’40 quando alcune donne furono state trasferite alle Torri ed altre presso l’istituto per le donne di malaffare ma la maggioranza passò alle Forzate.

Sempre Silvio Pellico ci parla di una donna seguita dalla marchesa, una certa Fernanda:

La detenuta Fernanda

“Fra le cure date dalla Marchesa al Correzionale, mentre v’erano le donne, si fu quella di stabilire il catechismo e la lettura.
Una giovane per nome Fernanda, la quale aveva tutti i vizi e molta intelligenza, sapeva leggere. Costei aiutò la Signora con buona volontà, ed in premio la Signora ottenne che non fosse trasportata a Pallanza a norma della sua condanna.
Quella giovane gradatamente si corresse, e dal carcere passò al Rifugio ove diede ottimi esempi, ed in premio la Signora ottenne che non fosse trasportata a Pallanza a norma della sua condanna.
Quella giovane gradatamente si corresse, e dal carcere passò al Rifugio ove diede ottimi esempi”.

I tumulti di Torino e gli assalti alle carceri

Scrive sempre il Pellico parlando della marchesa al Correzionale:

” Nelle prigioni governate dalla marchesa ella discerneva quanto fosse ancora nocevole la non perfetta separazione dei detenuti dei due sessi. Chiese una casa per le donne, ma a quel tempo avvenne la rivoluzione dei trenta giorni e ogni provvedimento fu sospeso. Durante i disordini politici, la marchesa restò a Torino e seguì a recarsi ogni giorno alle carceri, sebbene si dicesse che i rivoltosi volevano aprirle e liberare tutte le persone carcerate. Aveano poca speranza per le prigioni senatorie meglio custodite, ma la liberazione degli abitanti del Correzionale pareva più facile, e tutti costoro la aspettavano con grande agitazione. Un mattino, mentre la marchesa stava con le detenute, un orrendo clamore s’innalzò nelle vie gridandosi: Viva la Costituzione! Le prigioniere non capivano tali parole, credettero fosse l’annunzio della loro libertà, proruppero in furiose urla, si agitarono per rompere i ferri. La marchesa si mise in ginocchio dicendo loro: Deh preghiamo, o figlie, affinchè Dio ci protegga, io temo che tutto questo non passi senza delitti. – Le donne si accostano tutte Lei esclamando: Noi vi difenderemo, vi ameremo sempre, non vi accadrà alcun male. – Dunque , se voi m’amate fate che ci trovino qui insieme pregando. Non mi lasciate e cercherò di ottenere la grazia per molte di voi, se mi date questa prova di sommissione. Volgevano pochi giorni che ella aveva ottenuto grazia d’una povera vecchia che la umidità del carcere avrebbe renduta cieca se avesse dovuto compiere tutto il tempo della sua condanna….
Il tumulto si dileguò e si rimisero a leggere tranquillamente.

Questo carcere continuò a funzionare con degli alti e dei bassi fino all’apertura del
Carcere delle Nuove. Poi lo stabile venne riadibito ad altre attività, fino a pochi anni or sono era sede dell’anagrafe comunale poi ora, tra le varie attività ospita l’Archivio Storico Comunale.

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Nel Riformatorio Governativo della Generala di Torino la vita era molto dura, per buona parte della giornata era assolutamente vietato parlare, si doveva lavorare in assoluto silenzio.


Prima della costruzione delle carceri Nuove, a Torino, esisteva nella zona una vasta rete di gallerie sotterranee.


La storia di queste torri è molto lunga e controversa.
Nel Vangelo di Luca si narra che Pilato, caduto in disgrazia, a causa delle eccessive stragi ordinate, fu mandato a Roma per essere giudicato.
Un’altra versione, invece, ci dice che Pilato fu mandato in esilio in Francia e, di passaggio a Torino, fu imprigionato nelle Torri. Nessuno storico, però, ha mai trovato i documenti che confermassero il fatto.



Le carceri senatorie o criminali  facevano parte della Curia Maxima, l'insieme di tribunali che si affacciavano sul lato di via Corte d’Appello. I prigionieri erano incatenati in cantine (crottoni)con il pavimento cosparso da paglia sporca e umida. Imperversavano malattie e parassiti causati dalla sporcizia, dalla fame e dalle condizioni malsane degli ambienti. Nel piano superiore vi era il Confortorio, un ambiente che ospitava il condannato a morte 24 ore prima della pena capitale.