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STORIA

DETENZIONI - PENA DI MORTE

I boia di Torino. Pietro Pantoni e i condannati

Angelo Toppino

Di DETENZIONI redazione

Pubblicato il: 19-07-2015


Torino, Piemonte, Italia

1850

Pantoni ebbe a che fare con tutti i personaggi che affollavano le carceri senatorie. Egli doveva, il giorno prima andare nel Confortatorio e comunicare al condannato che lui lo avrebbe impiccato e chiedeva perdono di doverlo impiccare, nel Confortatorio si diceva una messa per il condannato al quale partecipava anche il boia. Molte volte i condannati lo ascoltavano a fatica perché in preda a crisi di nervi, oppure si trovava di fronte a personaggi come il Mottino che gli sputavano addosso e lo chiamava “razza di boia”.
Strana fu l’avventura con  Antonio Rebusio. Rebusio era un omicida che come ultime volontà voleva mangiare, fu accontentato dai confratelli dell’Arciconfraternita: “Dopo il pasto, come era mio dover, entrai nella cappelletta per le consuetudinarie incombenze. Il Rebusio mi venne incontro tranquillissimo e sorridente e non mipermise neppure di spifferare la solita giaculatoria del “perdono”. Anzimi baciò in fronte e mi disse “Amico mio non ti chiedo che un unico favore: cerca di far presto e di procurarmi il minimo dolore possibile. Ma si che ti perdono! Che cosa centri tu. Adesso però lasciami fare una bella dormita in queste poche ore di vita che mi rimangono e santa notte anche a te!” Al mattino non fu facile svegliarlo. Uscimmo di prigione a passo di carica e non volle assolutamente saperne di lasciarsi mettere le tavolette davanti agli occhi per occultargli la vista del patibolo. Anzi guardava a destra e sinistra curiosamente e salì rapido i gradini del patibolo, sorridendo. Morì come un eroe! Sono costretto ad ammetterlo”

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