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STORIA

San Giuseppe Cafasso, 1811-1860

Giuseppe Cafasso

Angelo Toppino

Di DETENZIONI redazione

Pubblicato il: 05-10-2015


Torino, Piemonte, Italia

1811-1860

Giuseppe Cafasso (15 gennaio 1811-1860)
Di questo santo è difficile cercare di aggiungere qualcosa che non sia ancora stato detto, forse è interessante approfondire l’aspetto della vita del santo dedicata al carcere. Di questo umile sacerdote si ricordano le sue regole fondamentali: Modestia:  Ha due paia di pantaloni e un vecchio orologio 
Contegno: apparire sereni e tranquilli anche nei momenti drammatici
Trasparenza: un prete deve saper dominare le passioni. E’ inoltre fondamentale la Fede e preghiera, la cultura ma sicuramente sono stati i punti fondamentali della sua vita l’Eloquenza e la Carità.

Eloquenza e carità: parlare ai condannati confortarli e aiutare i carcerati che vivevano nelle cinque carceri di Torino: Le Senatorie, le Forzate, Le Torri, il Correzionale e la Cittadella. La situazione dei detenuti nelle carceri era drammatica si moriva di fame, di freddo e di malattie contratte in carcere.

Don Cafasso entrò nell’Arciconfraternita della Misericordia di via Barbaroux e seguì tutti i carcerati. Ancora oggi entrando nella chiesa, nel lato destro, si vede un quadro raffigurante il Cafasso che consola i carcerati. In una teca laterale sono conservati i ricordi delle esecuzioni. 

Importanti sono stati anche i suoi incontri con il Cottolengo, la marchesa di Barolo, Faà di Bruno e don Bosco. Don Bosco per un certo periodo seguì anche Cafasso in carcere. Addirittura nelle carceri Senatorie hanno lavorato assieme Cafasso e Giulia di Barolo

Scrive su questo argomento il di Robilant:” Una volta vi fu perfino rinchiusa una donna, perché sorpresa vestita da uomo a litigare in una taverna. Essa dovette all’intercessione del nostro Venerabile e della marchesa di Barolo, se si vide restituiti i suoi naturali indumenti e concessa la traslazione in un carcere femminile”. Quindi addirittura, vista che aveva abiti maschili era stata abbandonata in quella fogna che doveva essere il carcere senatorio nella sezione maschile. Dovettero intervenire don Cafasso e la marchesa di Barolo per risolvere il problema che si era creato e chiedere di spostarla in una sezione femminile. Sicuramente venne spostata presso le Forzate distante poche centinaia di metri dalle senatorie.

Tanti furono i condannati a morte seguiti sul patibolo da Cafasso. Venivano seguiti fin dal giorno precedente, erano abbandonati nel confortatorio all’Arciconfraternita della Misericordia e don Cafasso essendo dell’Arciconfraternita seguiva direttamente il condannato nelle sue ultime ventiquattro ore. 

Alcuni condannati erano uomini famosi come il generale Ramorino (vedi la Cittadella di Torino), altri erano poveri diavoli. Forse il più strano è stato Pietro Mottino personaggio mitico della storia dei briganti. Il Mottino bersagliere disertore e capo di una banda armata, era amico di  don Cafasso che lo aveva incontrato diverse volte quando ancora era il ricercato numero uno.
Quando venne condannato a morte fu seguito da don Cafasso; Mottino, idolo delle donne, si presentò davanti al boia mantenendo un  comportamento impavido. Addirittura pretese, per gioco, di girare attorno alla forca facendo “due salti all’inglese” e chiese al povero boia se era capace di fare altrettanto. Don Cafasso poi rimpianse di averlo autorizzato a fare quattro salti attorno alla forca però rispettò fino all’ultimo la personalità del Mottino.

Ma il gran lavoro era seguire tutti quelli che marcivano in carcere e seguirli, poi, quando uscivano  seguirli per trovargli un posto dove vivere e un lavoro. Ma non sempre la vita di Don Cafasso fu rosea, aveva una salute debole, era gracilino (morì a 49 anni) e con il lavoro che faceva ebbe anche a trovarsi a sua volta addirittura indagato: “Mercoledì venne fatta la perquisizione al S. D. Cafasso, Rettore del Convitto Ecclesiastico di San Francesco di Torino. Nulla venne trovato che possa interessar le mire fiscali. Sapendosi come l’ottimo Don Cafasso per la sua scienza, per la sua pietà, per il suo zelo apostolico, per le sue continue fatiche a gloria di Dio ed a salute delle anime. Tutto finì bene, però era il segno che tutti erano controllati e tutti erano sospettati, anche don Cafasso; ovunque conosciuto per il suo impegno e lo zelo con cui lavorava per i più poveri.

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I secoli precedenti al Pantoni erano secoli bui in cui si avevano le peggiori torture, si bruciava e si squartavano le persone; addirittura vi furono casi di persone squartate in piazza Castello con quattro cavalli.


Nel primo ‘800 venne a visitare le carceri la marchesa Giulia di Barolo.
La marchesa Giulia di Barolo si distinse ben presto per la sua opera nelle carceri di Torino ed in particolare per l’aiuto che diede alle donne carcerate.


Quando si liberava un condannato si seguiva un particolare cerimoniale: si andava alle carceri Senatorie dove erano reclusi i condannati e gli ergastolani e, preso in consegna un reo, lo si vestiva di rosso e in mano gli si metteva un ramo di ulivo per testimoniare la vittoria indi, cantando delle lodi, si andava prima in duomo poi alla chiesa di san Dalmazzo (luogo che, in quel periodo, era la sede dell’Arciconfraternita), quindi si andava ad accompagnare a casa sua il graziato.


La Confraternita si prefiggeva due scopi: aiutare i detenuti nelle carceri della città di Torino e seguire i condannati a morte nelle loro ultime ore di vita e fino al patibolo.