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STORIA

San Giuseppe Cafasso, 1811-1860

Il testamento di don Cafasso

Angelo Toppino e Marco Rabino

Di DETENZIONI redazione

Pubblicato il: 23-02-2017


Torino, Piemonte, Italia

1856 | 20 ottobre

Ma l’apice della scelta di vita di don Cafasso si vede leggendo il testamento che lui aveva redatto nel 1856; una lettera testamentaria in cui lui si ricorda di tutti e mette in primo piano i carcerati di tutte le carceri cittadine. Non dimentica, inoltre, gli altri emarginati per cui lavorano persone come il Cottolengo e don Bosco:

Testamento del Sacerdote Cafasso Giuseppe del fu Giovanni di Castelnuovo d’Asti

(Presentato al Magistrato d’appello li 20 ottobre 1856)

Ad Majorem Dei Gloriam.

Nell’anno del Signore 1856 li 10 ottobre al mio domicilio in Torino, volendo disporre per ultima volontà di tutto il mio avere, ho scritto di mia mano il presente atto, con cui intendo di dichiarare, come realmente dichiaro le mie ultime disposizioni:

…..
2) Per quanto spetta alla mia sepoltura mi rimetto intieramente a quanto nelle circostanze crederà più conveniente il mio erede universale, procurando però di evitare ogni sorta di pompa e di singolarità.
……
10) Lascio la limosina di lire una per caduno dei prigionieri che si troveranno nelle carceri di questa città, dette cioè del Senato, Cittadella, Correzionale, delle Forzate e delle Torri.
La distribuzione sarà fatta dentro il mese dopo il mio decesso dal mio erede, o da persona dal medesimo designata.
…..
14) Lascio al sacerdote D. Bosco Gioanni di Castelnuovo d’Asti e domiciliato in Torino, quanto è di mia proprietà nel sito e fabbrica attigua all’Oaratorio di San Francesco di Sales in questa Capitale, regione Valdocco coll’aggiunta di lire cinquemila per una volta tanto.
Condono al medesimo quanto fosse per essere debitore verso di me al mio decesso, lacerando o rimettendogli ogni memoria in proposito.
…..
22) Istituisco e nomino in qualità di mio erede universale di tutte le mie sostanze e ragioni di qualsiasi natura il Reverendissimo Sig. Canonico e Cavaliere Luigi Anglesio Padre e Rettore della Piccola Casa della Divina Provvidenza in questa Capitale, detta volgarmente l’Ospedale Cottolengo, a cui voglio che ceda tutto il rimanente di mia eredità, di cui non abbia altrimenti disposto.
In mancanza del suindicato Sig. Can. Luigi Anglesio, chiamo a mio erede parimenti universale l’Opera ossia l’Ospedale suddetto.

Torino, li 10 ottobre 1856

Sottoscritto Sacerdote Cafasso Giuseppe del fu Giovanni, di Castelnuovo d’Asti, Rettore della Chiesa e Convitto di S. Francesco d’Assisi.

La vita di don Giuseppe Cafasso

Don Giuseppe Cafasso nasce a Castelnuovo d'Asti il 15 gennaio 1811 e morirà Torino il 23 giugno 1860. È stato canonizzato da papa Pio XII nel 1947 è da sempre è uno dei più venerati santi sociali della città di Torino. La famiglia di Don Giuseppe Cafasso, modesta e contadina di origine irpina, abitava a Castelnuovo d'Asti che ora si chiama Castelnuovo Don Bosco. Il giovane Cafasso crebbe in un clima profondamente religioso e prima di entrare in seminario a Chieri frequentò le scuole pubbliche. Prese i volti a 22 anni entrando nel Convitto Ecclesiastico di Torino. Presso la stessa struttura Don Cafasso fu attivo come insegnante in seguito direttore spirituale e poi divenne rettore. Era di aspetto cagionevole è molto gracile inoltre soffriva di una deformazione alla colonna vertebrale. Don Giuseppe Cafasso si dedicò soprattutto ai ragazzi poveri di Torino diventando amico di Don Giovanni bosco più giovane di lui di 4 anni. Fu particolarmente attivo nelle carceri torinesi che allora offrivano condizioni drammatiche agli ospiti detenuti. Fu definito il prete della forca perché offre aiuto soprattutto ai detenuti condannati a morte supportandoli durante il percorso verso la forca e prestando aiuto morale alle famiglie. Per questo fu proclamato patrono dei carcerati e dei condannati a morte con la sua canonizzazione nel 1947. Morì nel il 23 giugno del 1860 a Torino e i suoi resti si trovano all'interno del Santuario della Consolata.

Il monumento dedicato a San Giuseppe Cafasso a Torino.

Nella zona chiamata rondò della forca a Torino all'incrocio con via Cigna, corso Regina Margherita, Valdocco e corso Principe Eugenio esattamente nello slargo di corso Regina Margherita si trova un monumento celebrativo dedicato a San Giuseppe Cafasso. L'autore è lo scultore torinese Virgilio Audagna nato nel 1903 e morto nel 1995 che visse e morì in Costa Azzurra. Fu realizzato nel 1960 e venne posto nel luogo in cui avvenivano, ultimamente, le condanne a morte per pubblica impiccagione. In questa piazza prima vi erano delle mura che furono abbattute da un decreto di Napoleone I il 23 giugno 1800. Fu sede quindi fino al 1852 delle esecuzioni capitali tramite impiccagione con una forca che veniva costruita ogni volta. Il carro del condannato bloccato con le mani legate dietro alla schiena, scortato dalla Confraternita della Misericordia ed alcuni soldati, giungeva qui in seguito ad una tappa alla chiesa della Misericordia. Don Cafasso seguiva il condannato e furono 57 furono seguiti direttamente e spiritualmente da lui.

La Confraternita della Misericordia di Torino

L'Arciconfraternita della misericordia fu istituita nel marzo del 1578 in seguito ad una concessione del duca Emanuele Filiberto di Savoia. Inizialmente furono alcuni supplicanti che si congrega rono nella chiesa parrocchiale dei Santi Simone e Giuda. Lo scopo di questi supplicanti era quello di accompagnare al supplizio i condannati a morte. Io supplicanti in seguito ai loro successori sul finire del XVI secolo ottennero diversi privilegi da autorità laiche e da quelle religiose. Nel 1581 il duca Carlo Emanuele I concesse alla Arciconfraternita della Misericordia di Torino la possibilità di liberare un condannato a morte all'anno con la condizione che non fosse un falsario di monete un assassino reo di lesa maestà o un testimone di adesso. In seguito i condannati furono due nel 1650 e tre nel 1679. I membri della Arciconfraternita della Misericordia potevano amministrare i sacramenti cerebrale le funzioni parrocchiali del 1730 grazie al cardinale Gattinara. Fu durante la Restaurazione che membri dell'Arciconfraternita della Misericordia crebbero di importanza nella città. Furono molto attivi con il personale civile delle Carceri infatti dal 1817 laci confraternita fu autorizzata a entrare ufficialmente nelle case di pena. I suoi membri svolsero quindi funzioni attive all'interno delle carceri torinesi occupandosi fino 650-700 detenuti al giorno, tramite istruzione e Assistenza in seguito all'uscita dal carcere. Ai giorni nostri l'Arciconfraternita della Misericordia è molto attiva nell'assistenza a detenuti e a ex detenuti in collaborazione con la Caritas diocesana, l'associazione Enrichetta Alfieri e la Fondazione Don Mario Operti.

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Quando si liberava un condannato si seguiva un particolare cerimoniale: si andava alle carceri Senatorie dove erano reclusi i condannati e gli ergastolani e, preso in consegna un reo, lo si vestiva di rosso e in mano gli si metteva un ramo di ulivo per testimoniare la vittoria indi, cantando delle lodi, si andava prima in duomo poi alla chiesa di san Dalmazzo (luogo che, in quel periodo, era la sede dell’Arciconfraternita), quindi si andava ad accompagnare a casa sua il graziato.